Friday, February 23, 2007

Landor, gossip e il marchio It

Dopo il marchio It, un po' di gossip storico estratto in gran parte dal libro Los Demiurgos del Diseño Gráfico di Enric Satue, Mondadori.

Walter Landor ebbe la sua opportunità in 1964, in piena epoca hippie. Nonostante avere fondato il suo studio in 1941 nella sua città natale, San Francisco, la vera popolarità concittadina e più tardi universale,arriva dopo l'acquisto in asta pubblica, a prezzo di rottame, il Klamath, uno dei popolari traghetti che univano la baia di San Francisco. Landor costruì lì il suo ufficio galleggiante.

Negli anni settanta Landor operava con una tecnica eminentemente pragmatica, di una discutibile etica professionale, che gli portò ad essere considerato in certi mezzi professionali come un autentico trafficante d’immagini.

Il caso è che acquisiva, a prezzo irrisorio e con tattiche non sempre irreprensibili, grandi quantità di simboli creati per giovani e sconosciuti designers. Che dopo minimi ritocchi si trasformavano in fiammanti creazioni Walter Landor Associati.

Inoltre, sembra che un ex disegnatore di Walt Disney Productions, con una grand’abilità nel disegno rapido, elaborasse numerose versioni di un logo come se si trattasse di fotogrammi di un personaggio animato.

Una pratica professionale abbastanza discutibile.

A volte, perfino, l'elezione di un'immagine così progettata non la determinava il criterio professionale di Walter Landor, ma faceva parte dello spettacolo della presentazione ed era lo stesso cliente che sceglieva tra dozzine, e chi sa se centinaia, di design originali creati per lui.

Secondo Satue tutto questo non basta per dire con rigore che Walter Landor sia un truffaldino.

C'è un mucchio d’informazione, tra la quale, per esempio, il fatto che nel libro scritto per Philip Meggs A History of Graphic Design, 1983, non si menziona a Landor né una sola volta. Neanche si menzionano Wolff Olins o Michael Peters.
Se leggiamo la serie di volumi Word Graphic Desing Now: Corporate Identity, Kodansha Ltd, Tokyo, 1989, si omettono olimpicamente le opere di Grapus, Brody, Vanno Toorn, Kalman, etc., rimpiazzati per l'onnipresenza dei Landor, Grossman, Peters ed Olins, tra altri.

È evidente che due gruppi si disputano lo stesso mercato con due visioni differenti che si respingono reciprocamente.

Oltre a ciò, credo che l’importo pagato nel concorso sia basso (€ 80.000), e non appropriato per l'incarico. Inoltre le irregolarità segnalate dall'AIAP nel suo blog SDZ.
Sicuramente con questo l'Italia ha risparmiato circa € 300.000, ma ottennendo in cambio un risultato poco soddisfacente. In questo caso il risparmio può essere il peggiore investimento, e ha pagare l’errore possono essere migliaia de piccoli aziende (ristoratori, alberghi, agriturismo,etc.).

Questa esperienza prova che lasciarsi obnubilare dal nome di una mega agenzia internazionale non dà sempre il miglior risultato.

Paradossalmente, in questi giorni le grandi agenzie cercano di replicare il metodo di lavoro di piccoli gruppi creativi, poiché si dimostrò miglior sistema di lavoro e produttore di migliori soluzioni.

Le piccole agenzie investono una gran quantità di ore in ricerca, sperimentazione, analisi, aggiornamenti, etc. Stanno in contatto diretto col mercato, il consumatore, conoscono di prima persona gli umori della gente. Hanno una sintonia più precisa con i cambiamenti culturali in sviluppo.

Le piccole agenzie sono una gran fonte di risorse che potrebbero liberarsi soltanto dandogli uno spazio più preponderante nel mercato, attraverso una valorizzazione professionale ed economica.

È ovvio che questo non si riesce a fare individualmente, si deve agire collettivamente. Purtroppo le associazioni attuali non si stanno dimostrando di grande aiuto in questo campo.

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