Tuesday, October 30, 2007

Pseudo sociologico analisi di un camp

Ho pensato un poco -infatti mi sono presa due giorni :D- prima di scrivere sul TrinacriaCamp perché volevo raccontare il primo barcamp secondo noi cuaderniani (fdc-wumei).

Dal punto di vista della organizzazione devo fare i complimenti ai ragazzi. Great location, loro gentilissimi, numero interessante di interventi, ottimo pranzo (non mi ha fatto male dopo 5 ore di vomitare sul autobus), ecc.

Però, da una che dà troppa importanza ai rapporti con le persone ho anche delle piccole cose su cui filosofeggiare.

Disclaimer - Quello che si legge a continuazione è un resoconto della MIA esperienza, e cerca di essere un'analisi pseudo sociologico sulla comunicazione interpersonale più che una critica sul camp... - Fin disclaimer.

Lo spirito dei barcamp è, in parole, fantastico: vai, non c'è bisogno di altro che la tua voglia di condividere con gli altri la tua passione per la cosa digitale, i tuoi progetti, la tua esperienza. Ci saranno tanti altri come te, accomunati dalla vita in rete. Questo fa di noi un gruppo di simili.

Prima di tutto devo confessare (non ci avevo mai pensato) che leggo pochi blog siciliani, Mushin, qualche volta terronista. Ovviamente, arrivati al camp non "conoscevo" nessuno tranne Mushin.

Però, si pensa, non c'è problema, ci sarà modo di conoscere qualcun altro. Noi bloggers ci connettiamo subito, scambiamo chiacchierate sui blogs, ci salutiamo su twitter... Siamo bloggers, insomma.

E pensiamo così perché molte volte scambiamo queste percezioni per "reali". Crediamo in questi rapporti fatti di bits, e siamo sicuri che si tradurranno facilmente alla vita vera, come se si riprendesi una amicizia.

Le nostre sono relazioni mediate da un monitor e una tastiera, identificate attraverso un avatar che non ci somiglia ma forse ci rappresenta, o che somiglia a quello che vorremo essere (io voglio essere un ninja). Nessuno di loro ci giudica, non ci interrompono, lasciano fare. Lasciano scorrere...

Ma nella vita reale, tutto quel flusso di pensieri, quello scambio di parole, quel condividere nel reame digitale si ferma davanti alla realtà dello fisico. Non c'è barriera peggiore. Il pensiero non fila, lo sconosciuto ti ferma, se non ti conosco non ti parlo.

Lì ci ferma il corpo, la cultura, le abitudini. Lì ricompaiono tutte le barriere che il digitale azzera, e torniamo a essere noi, nel nostro corpo, dietro i nostri muri.

No, non siamo così aperti e simpaticoni, così cool. Non siamo quei tipi à la Michael J. Fox nei film degli anni ottanta, noi gente della blogopalla. Siamo impacciati, o diffidenti, o timidi da morire, o menefreghisti, o competitivi. Siamo come tutti gli altri.

Ma ci lasciamo ingannare dai links che ci collegano, dagli avatar che ci identificano. Per questo non mi sorprende mai sentire (forse un poco esageratamente) che qualcuno possa sviluppare una "adiction" a Internet o ai mondi virtuali. Qua è cosi semplice esistere.

E' un po' il tema dell'intervento del professore Gallo (si parlava di e-learning), sulla necessità, per un rapporto nato digitale, di essere costruito o cimentato anche faccia a faccia. Infatti, di tutti gli sconosciuti del camp solo il professore, dopo scambiare un paio d'idee nel aula, si è avvicinato a noi nel aula magna per sapere se eravamo spagnoli e che cavolo facevamo in Italia:D

Dopo che tutto è finito uno rimpiange non aver fatto questo o quell'altro. Non aver potuto liberarsi di quella sensazione che nessuno ha interesse in nessuno tranne se stesso e il suo circolo di conoscenze.

La mia conclusione è questa: avrei voluto che il camp fosse un posto dove socializzare fosse facile come bloggare.

A volte penso che forse eravamo tutti "dork", cosa veramente sfortunata in un raduno di persone che si conoscono solo via internet :P

Altre volte che è solo perché forse quel giorno ho vomitato anche il cervello.


La mancanza di cervello non m'impedisce di parlare e fare facce (note to me: non lasciarsi mai più fare foto da Roberto Chibbaro)

Monday, October 22, 2007

Gondry + Motorola = artsy Razor2

Per realizzare lo spot per il nuovo cellulare Razr2 Motorola aveva ingaggiato Michel Gondry, che fedele al suo stilo, ha prodotto questo video che potete vedere a continuazione.



Ma sembra che, secondo ho letto da qualche parte, Motorola lo considera troppo "artistico" per essere presentato alle masse, perciò in tv vediamo quello della lotta nel tube di qualche megalopoli piena di bellissimi cittadini ultra-cool :P



A giudicare dai commenti su motiongrapher, sembra che per molti sia veramente troppo "artsy".

Io li ho trovato il senso solo dopo guardarlo una seconda volta ma, infatti, questa è la parte interessante, bisogna fare uno sforzo per capire il filo conduttore. E allora doviamo guardare attentamente una seconda, una terza, anche una quarta volta. Non è un modo eccellente di richiamare l'attenzione?

Certo, abituati alla pubblicità tipo omogeneizzato, il cervello si ribella al lavoro di dover intendere, ma, già che ci doviamo sottoporre alla pubblicità, qualche vantaggio, diciamo qualche sinapsi nuova, dovremo poter trarre...

Via motionographer

Monday, October 15, 2007

Blog Action Day

Oggi 15 ottobre è il Blog Action Day, un giorno per dedicare un post all'ambiente e alla sua salvaguardia.

Purtroppo non posso dire di fare tanto per l'ambiente. Utilizzo sempre i cestini, non inquino la spiaggia, non lascio luci accese inutilmente, non uso piatti, bicchiere o posate di plastica, non spreco l'acqua, e cammino. Non è molto però...

Sotto i trailer di "An Inconvenient Truth" di Al Gore, e "The 11th Our" di Leonardo Di Caprio.




Illustrazione argentina a New York

W Hotel - Fernanda Cohen

Dovuto alla mia incapacità di fare post senza dedicarle al meno due (quattro) ore prima di pubblicarli, il povero cuaderno è rimasto abbandonato sul comodino...
Comunque, ho trovato qualcosa da mostrarvi.

Fernanda Cohen è una illustratrice argentina con pochi anni e tanta carriera.
Studi nella School of Visual Arts, premi, tra cui Best 200 Illustrators Worldwide 2006 e 2007.

Target - Fernanda Cohen

Fra i tanti successi, una copertina per The New York Times Magazine su Bush e la social security crisis.

Copertina per The New York Times Magazine

In rete ho trovato due sue interviste, una dove fa finta di non essere tanto argentina (questo è senza dubbio, molto "argentino all'estero"), e parla di non trovare influenze argentine o sudamericane nel suo lavoro, altra dove sembra più rilassata, fa meno la parte della str*nza, e racconta quanto lavoro, impegno e PR ci vogliono per avere successo. Anche se nella prima intervista ha detto l'unica cosa che mi ha colpito (e mi l'ha resa simpatica):

"De todos modos, considero que cuando uno se va a vivir a otra parte está roto para siempre."

Più o meno: Comunque, penso che quando uno deve andare a vivere in un altro posto (inteso come paese in questo caso), è rotto per sempre.

Niente di originale, ma molto vero. Una rottura che non ti la leva nessuno, neanche New York.

Le interviste le trovate QUI e QUI

I disegni si possono acquistare su fernandacohen.com

Tuesday, October 02, 2007

Three distinct Apple logos

The three logos on the left, as illustrated above in black and white, are the illustrations presented in Apple’s European filings. The illustration on the far right represents the Apple Corps logo as was presented in the BBC report.
Apple’s filings were made by Field Fisher Waterhouse LLP in London England.

Una mela che The Beatles non potranno mangiare.

via MacNN

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